Al Minghetti negli anni '50
Nardo Giardina
Fui allievo del “Minghetti” dal 1945 al 1952, quando alla fine di giugno, ottenni la “maturità”, ovviamente “classica”. Per la II e III frequentai quella che allora era nota come la “Scuola di via Maggia”, mentre dal Ginnasio (IV e V) fino alla III liceo, io e i miei compagni eravamo proprio studenti del celebre e severo “Liceo classico Marco Minghetti”, da sempre in gara con l’altro storico Liceo classico di Bologna, il “Galvani”.
Se degli anni delle Medie ho un ricordo sbiadito, a parte gli amici che con mesi iscrissero alla Sezione A per gli anni successivi, ben scolpiti nella memoria sono quelli della IV e V ginnasio, indelebili perchè legati al ricordo di insegnanti di grande fascino, come il Prof. Guidone Romagnoli, Docente di Storia dell'Arte, ma soprattutto a un nome che allora incuteva quasi il terrore negli studenti, quello del Prof. Costantino Zito.
Se in tutto il Liceo, diretto con fermezza ma profonda umanità del Preside Lorenzetti, si respirava un’aria di non ottusa serietà, la gioiosità istintiva e naturale di giovani e giovinette poco più che adolescenti esplodeva nelle celebri “Feste”. Esse si svolgevano nella amplissima palestra tuttora esistente e per varie ore su quel palcoscenico si succedevano recite, esibizioni varie e soprattutto gruppi musicali che permettevano ai partecipanti di lanciarsi in balli interminabili che vedevano la partecipazione non solo degli studenti del “Minghetti” ma di giovani provenienti da tutte le Scuole cittadine. Io allora suonavo la fisarmonica (spesso con l’amico Rudy Winternitz al violino) il che mi penalizzava alquanto perché ciò mi impediva di ballare imponendomi, viceversa, il ruolo di colui che fa ballare gli altri. Tentai di sfuggire a questo triste destino imparando a suonare la chitarra, ma il risultato fu il medesimo per cui, alla fine, mi dedicai alla tromba, per di più solo per brani di jazz!
Ma torniamo al Prof. Zito e al suo metodo di insegnamento. Se dal punto di vista disciplinare, per chi disturbava le lezioni o più semplicemente si dimostrava troppo distratto, era prevista e spesso attuata la punizione consistente nello stare in piedi dietro la lavagna per mezz’ora o un’ora, dal punto di vista didattico il Professore ci induceva al massimo impegno nello studio di tutte le materie fino al punto da rendere abituali i compiti in classe dal latino o dal greco in italiano e viceversa senza vocabolario. Si trattava di un Docente che non solo portava gli allievi ad approfondire le materie di studio ma li induceva anche a dotarsi di una forte e complessiva personalità, il che gli rende un merito immenso che ho riscontrato solo in pochi altri insegnanti. Ciò mi indusse, tanti anni dopo, a contribuire alla realizzazione del “Premio BRAVOPROF”, che per vari anni gli studenti delle Scuole Superiori della Provincia di Bologna hanno attribuito al Professore che non solo aveva ben insegnato la sua materia ma aveva soprattutto influito in maniera determinante nella formazione dei discepoli. Dal Prof. Zito furono infatti inculcate in tutti noi e la necessità di diventare padroni delle materie affrontate fino ad arrivare ai limiti della pignoleria e la sete di sapere e di conoscere il mondo in cui viviamo, forti della consapevolezza di poter sostenere le nostre tesi a testa alta attingendo all’ausilio di una messe sempre più ampia di conoscenze.
Come è ovvio in quei lontani anni si sono formate le amicizie più solide e affettuose perché scevre da qualsiasi tipo di condizionamento, e ciò, ne sono profondamente convinto, vale per tutte le epoche e quindi anche per chi oggi, in base all’anagrafe, è un “minghettiano” in età scolare.
Nei frequenti incontri promossi dall’“Associazione” ho potuto constatare con piacere come via via diventi sempre più sfumato e ininfluente il fatto di aver frequentato il nostro Liceo in un’epoca anteriore o, più spesso, posteriore, ad esempio, a quella mia, perché, alla fine, siamo tutti “Minghettiani”. Ciò, unitamente al continuo rinnovarsi dell’entusiasmo e dell’orgoglio di appartenenza da parte delle nuove generazioni, conferma che questa nostra “Scuola”, e l’illustre palazzo che la ospita, continuano ad esercitare un fascino sottile e prepotente insieme su chiunque abbia o abbia avuto la ventura o la fortuna di essere stato suo allievo.
Fui allievo del “Minghetti” dal 1945 al 1952, quando alla fine di giugno, ottenni la “maturità”, ovviamente “classica”. Per la II e III frequentai quella che allora era nota come la “Scuola di via Maggia”, mentre dal Ginnasio (IV e V) fino alla III liceo, io e i miei compagni eravamo proprio studenti del celebre e severo “Liceo classico Marco Minghetti”, da sempre in gara con l’altro storico Liceo classico di Bologna, il “Galvani”.
Se degli anni delle Medie ho un ricordo sbiadito, a parte gli amici che con mesi iscrissero alla Sezione A per gli anni successivi, ben scolpiti nella memoria sono quelli della IV e V ginnasio, indelebili perchè legati al ricordo di insegnanti di grande fascino, come il Prof. Guidone Romagnoli, Docente di Storia dell'Arte, ma soprattutto a un nome che allora incuteva quasi il terrore negli studenti, quello del Prof. Costantino Zito.
Se in tutto il Liceo, diretto con fermezza ma profonda umanità del Preside Lorenzetti, si respirava un’aria di non ottusa serietà, la gioiosità istintiva e naturale di giovani e giovinette poco più che adolescenti esplodeva nelle celebri “Feste”. Esse si svolgevano nella amplissima palestra tuttora esistente e per varie ore su quel palcoscenico si succedevano recite, esibizioni varie e soprattutto gruppi musicali che permettevano ai partecipanti di lanciarsi in balli interminabili che vedevano la partecipazione non solo degli studenti del “Minghetti” ma di giovani provenienti da tutte le Scuole cittadine. Io allora suonavo la fisarmonica (spesso con l’amico Rudy Winternitz al violino) il che mi penalizzava alquanto perché ciò mi impediva di ballare imponendomi, viceversa, il ruolo di colui che fa ballare gli altri. Tentai di sfuggire a questo triste destino imparando a suonare la chitarra, ma il risultato fu il medesimo per cui, alla fine, mi dedicai alla tromba, per di più solo per brani di jazz!
Ma torniamo al Prof. Zito e al suo metodo di insegnamento. Se dal punto di vista disciplinare, per chi disturbava le lezioni o più semplicemente si dimostrava troppo distratto, era prevista e spesso attuata la punizione consistente nello stare in piedi dietro la lavagna per mezz’ora o un’ora, dal punto di vista didattico il Professore ci induceva al massimo impegno nello studio di tutte le materie fino al punto da rendere abituali i compiti in classe dal latino o dal greco in italiano e viceversa senza vocabolario. Si trattava di un Docente che non solo portava gli allievi ad approfondire le materie di studio ma li induceva anche a dotarsi di una forte e complessiva personalità, il che gli rende un merito immenso che ho riscontrato solo in pochi altri insegnanti. Ciò mi indusse, tanti anni dopo, a contribuire alla realizzazione del “Premio BRAVOPROF”, che per vari anni gli studenti delle Scuole Superiori della Provincia di Bologna hanno attribuito al Professore che non solo aveva ben insegnato la sua materia ma aveva soprattutto influito in maniera determinante nella formazione dei discepoli. Dal Prof. Zito furono infatti inculcate in tutti noi e la necessità di diventare padroni delle materie affrontate fino ad arrivare ai limiti della pignoleria e la sete di sapere e di conoscere il mondo in cui viviamo, forti della consapevolezza di poter sostenere le nostre tesi a testa alta attingendo all’ausilio di una messe sempre più ampia di conoscenze.
Come è ovvio in quei lontani anni si sono formate le amicizie più solide e affettuose perché scevre da qualsiasi tipo di condizionamento, e ciò, ne sono profondamente convinto, vale per tutte le epoche e quindi anche per chi oggi, in base all’anagrafe, è un “minghettiano” in età scolare.
Nei frequenti incontri promossi dall’“Associazione” ho potuto constatare con piacere come via via diventi sempre più sfumato e ininfluente il fatto di aver frequentato il nostro Liceo in un’epoca anteriore o, più spesso, posteriore, ad esempio, a quella mia, perché, alla fine, siamo tutti “Minghettiani”. Ciò, unitamente al continuo rinnovarsi dell’entusiasmo e dell’orgoglio di appartenenza da parte delle nuove generazioni, conferma che questa nostra “Scuola”, e l’illustre palazzo che la ospita, continuano ad esercitare un fascino sottile e prepotente insieme su chiunque abbia o abbia avuto la ventura o la fortuna di essere stato suo allievo.